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Milano, agosto 1943

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.




Note di Danilo Ruocco

Nell’agosto del 1943 Milano fu bersaglio di una serie di bombardamenti da parte degli Alleati anglo-americani che, oltre al capoluogo lombardo, colpirono anche le altre città industriali del Nord.

Quasimodo descrive la desolazione post-bombardamento.  Anche se il nazi-fascismo andava debellato, il poeta è profondamente scosso dalla ferocia della guerra e dai lutti che essa porta con sé. Nella poesia, Quasimodo non parla di un lutto in particolare, ma di quello totalizzante riguardante la città di Milano che, nella poesia, risulta essere «morta».

Dei cadaveri, Quasimodo, traccia una descrizione, sommaria quanto efficace: essi sono «rossi» e «gonfi».

Dei vivi, il poeta non dà indicazioni descrittive, ma solo dettagli: di essi s’intravede una «povera mano», se ne sente il rumore dei loro aeroplani e si dice che essi «non hanno più sete».

Anche la Natura è stata colpita a morte: l’usignolo è morto precipitando dall’antenna e l’acqua potabile delle condutture non è più utilizzabile (ed è per questo che si ricorreva ai pozzi).

La poesia fa parte di Giorno dopo giorno (vedi la scheda).

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La famiglia di Salvatore Quasimodo

Persona Grado di parentela rispetto a Salvatore Quasimodo Immagini (fai clic per ingrandire) Vincenzo Quasimodo (1843 - ?) nonno paterno Rosa Papandrea (1850 - 1950) nonna paterna Salvatore Ragusa nonno materno Teresa Guarnieri nonna materna Gaetano Quasimodo (1867 - 1960) padre

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.



Il poeta e il politico

Il poeta e il politico è il discorso che Salvatore Quasimodo pronunciò a Stoccolma durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Letteratura. Si tratta di un testo ancora di stringente attualità, nonostante risalga al 1959.
Vale la pena riepilogarlo per sommi capi.

L’inizio del discorso è intimamente autobiografico (“La poesia è anche la persona fisica del poeta (...)”), ma non per questo meno universale: ciò che Quasimodo afferma di sé poeta intende dirlo di tutti coloro che per lui sono veri poeti.
Infatti, secondo Quasimodo, si può distinguere tra un poeta e un letterato, perché il primo è un pericolo per il potere (politico e religioso), mentre il secondo viene corteggiato dal potere che da lui vuole ricevere lodi (in forma di odi).
Il poeta nasce solo e (a differenza del letterato che partecipa del potere) cresce solo. La sua solitudine, "mal sopportata dal politico", è già di per sé una poetica. Ciò è ancor più vero quando il poeta muove i primi passi d’artista …

Giorno dopo giorno - Scheda

Titolo: Giorno dopo giorno Editore: Mondadori Collana: I poeti dello “Specchio” Anno: 1947 (febbraio) Città: Milano Introduzione: Carlo Bo Pagine: 68 Formato: 13X19 Indice: Alle fronde dei salici Lettera 19 gennaio 1944 Neve Giorno dopo giorno Forse il cuore La notte d’inverno Milano, agosto 1943 La muraglia O miei dolci animali Scritto forse su una tomba A me pellegrino Dalla rocca di Bergamo alta Presso l'Adda S’ode ancora il mare Elegia Di un altro Lazzaro Il traghetto Il tuo piede silenzioso Uomo del mio tempo