Passa ai contenuti principali

Lirici greci e lirici nuovi. Le ragioni di un libro - di Roberto Greggi

Roberto Greggi, Marino Biondi e Giovanni Benedetto
Abbiamo ricevuto (e volentieri pubblichiamo) l’intervento introduttivo che Roberto Greggi ha letto durante il convegno di presentazione del volume
Lirici greci e lirici nuovi che si è svolto a Bagno di Romagna il 18 maggio scorso.
Al convegno abbiamo avuto occasione di intervistare Marino Biondi, Giovanni Benedetto e Alfredo Nuti (guarda il video).

_______
Lirici greci e lirici nuovi. Le ragioni di un libro
Di Roberto Greggi
Forse conviene dire qualcosa a proposito della storia esterna e delle ragioni del volume Lirici greci e lirici nuovi che ha un’origine piuttosto remota nel tempo e che muove da un altro libro.
Il 18 maggio 2002, quindi esattamente undici anni fa, l’ateneo di Brescia aveva organizzato una giornata di studi in onore di Manara Valgimigli. Quel giorno c’erano tante persone, tanti amici: Rino Avesani e Giovanna Campana, figlia di Augusto; Renata Fabbri, una grande allieva di Valgimigli; c’erano Lorenzo Spignoli, sindaco di Bagno di Romagna e Marino Biondi, che fu uno dei relatori insieme a Gian Enrico Manzoni, a Pietro Gibellini e al nostro amico Giorgio Valgimigli.
Toccò proprio a Giorgio fare gli onori di casa e lì, nel suo luminoso appartamento di via Crocifissa di Rosa, ci guidò tra i suoi libri, libri che ora sono qui, a Bagno, a disposizione di tutti, grazie all’inestimabile dono che Giorgio ha voluto fare al paese del padre.
Da quegli scaffali tolse e ci mostrò la prima preziosa edizione dei Lirici greci di Salvatore Quasimodo, pubblicata nel 1940 dalle Edizioni di Corrente, con l’introduzione di Luciano Anceschi, un libro importante per la nostra storia culturale. Sfogliandolo, ci colpirono, insieme alla dedica sul foglio di guardia, molto lapidaria, un lampo di pura nominazione (“a Manara Valgimigli, | Quasimodo.”), le tante annotazioni e sottolineature a matita del filologo classico che, sulle traduzioni di Saffo e degli altri lirici greci, si andava misurando proprio in quegli stessi anni.

Con Marino Biondi, sulla via del ritorno, cominciammo a ragionare su che libro si sarebbe potuto confezionare mettendo insieme le postille di Manara Valgimigli alle traduzioni di Quasimodo, il carteggio tra Quasimodo e Valgimigli e quello tra Luciano Anceschi e Valgimigli, in questo confortati dal pieno assenso di Giorgio.  
Un’altra delle virtù più singolari di Giorgio era quella di essere un moltiplicatore di amicizie. Ed è proprio per suo tramite e per il tramite di quel libro fondamentale per la bibliografia valgimigliana che è La scuola di Erse , che ho conosciuto e sono diventato amico di Giovanni Benedetto, filologo classico e storico della filologia classica, al quale ci siamo rivolti perché studiasse, interpretasse e inquadrasse nel contesto della filologia classica degli anni Venti e Trenta le annotazioni di Valgimigli ai Lirici greci quasimodiani. E il saggio di Benedetto è nel nostro volume la vivanda più sostanziosa.
Di lì a qualche anno il giovane sampierano Alfredo Nuti, studioso di estetica e chitarrista borderline, ha finito per laurearsi all’Università di Bologna con una tesi che aveva al centro proprio il carteggio intercorso tra Valgimigli e Luciano Anceschi.
A questo punto ogni tassello era al suo posto e si è potuto realizzare il volumetto, accolto dall’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna nella collana Emilia Romagna Biblioteche e Archivi. Molto dobbiamo agli eredi Valgimigli e al figlio di Quasimodo, Alessandro, che ci ha aiutato a rendere più preciso e puntuale il nostro lavoro.
Permettetemi adesso di lasciare un momento da parte il nostro libro, perché, approfittando della presenza di Alessandro Quasimodo, vorrei manifestare la mia gratitudine di insegnante di scuola media a Salvatore Quasimodo e alle sue traduzioni.
I programmi ministeriali per il primo anno di scuola media prevedono la lettura e lo studio dell’Iliade e dell’Odissea. Ora il problema non è appassionare ragazzetti di dieci, undici anni alle vicende della guerra di Troia e al periglioso viaggio di ritorno a casa di Ulisse – con Ulisse, in particolare, si vince sempre facile, perché pure a distanza di almeno duemilacinquecento anni rimane un personaggio dal fascino insuperato –; il problema è in quale traduzione italiana leggere i due poemi. Monti e Pindemonte neanche a pensarci. Le antologie scolastiche inclinano piuttosto verso la Calzecchi Onesti e Paduano. Ma chi la vince su tutti, quello che fa brillare della luce della comprensione gli occhi dei giovani lettori, quello che insieme alla chiarezza del dettato, li aiuta a percepire la voce della poesia, quello è Quasimodo. Davvero traduttore popolare. E non è un primato da poco, perché a farla difficile sono capaci tutti, è a farla semplice e bella che ci riescono in pochi.
Su un segno altrettanto, credo, interessante della sua popolarità, mi sono imbattuto per caso qualche tempo fa e questa volta non erano le traduzioni dai poemi epici ma quella dai Lirici greci. In occasione della scomparsa di Mariangela Melato, la televisione pubblica ha riproposto un film di Lina Wertmüller del 1974 che vede la Melato protagonista al fianco di Giancarlo Giannini: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. Qui, nel finale, Giannini, disperato per amore, si lascia sfuggire un’invettiva contro il mare, in qualche modo responsabile di questo amore infelice, e con un forte accento siciliano esclama: “Mare traditore, che mi fosti amico un tempo e poi mi camminasti sopra il cuore, mare, io ti sputo sopra”. A parte l’avvio e la conclusione che sono farina del sacco della Wertmüller, le parole “che mi fosti amico un tempo e poi mi camminasti sopra il cuore” sono familiari ai lettori dei Lirici greci  tradotti da Quasimodo. Questo è il frammento di Archiloco che Quasimodo intitola All’amico di un tempo e che si chiude con questi versi: “tu che m’eri amico un tempo | e poi mi camminasti sopra il cuore”. Segno anche questo, ripeto, che i Lirici greci di Quasimodo sono diventati un classico della nostra letteratura, come peraltro era già capitato ad altre memorabili traduzioni, e come un classico i Lirici possono dunque essere raccomandati alle nuove generazioni di lettori, che potranno misurarsi con quelle pagine, magari accompagnati dall’ausilio del nostro volumetto.
Bagno di Romagna, 18.5.2013
© Roberto Greggi.

Post popolari in questo blog

Milano, agosto 1943

Invano cerchi tra la polvere,povera mano, la città è morta.È morta: s’è udito l’ultimo rombosul cuore del Naviglio. E l’usignoloè caduto dall’antenna, alta sul convento,dove cantava prima del tramonto.Non scavate pozzi nei cortili:i vivi non hanno più sete.Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:lasciateli nella terra delle loro case:la città è morta, è morta.


La famiglia di Salvatore Quasimodo

Persona Grado di parentela rispetto a Salvatore Quasimodo Immagini (fai clic per ingrandire) Vincenzo Quasimodo (1843 - ?) nonno paterno Rosa Papandrea (1850 - 1950) nonna paterna Salvatore Ragusa nonno materno Teresa Guarnieri nonna materna Gaetano Quasimodo (1867 - 1960) padre

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.



Il poeta e il politico

Il poeta e il politico è il discorso che Salvatore Quasimodo pronunciò a Stoccolma durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Letteratura. Si tratta di un testo ancora di stringente attualità, nonostante risalga al 1959.
Vale la pena riepilogarlo per sommi capi.

L’inizio del discorso è intimamente autobiografico (“La poesia è anche la persona fisica del poeta (...)”), ma non per questo meno universale: ciò che Quasimodo afferma di sé poeta intende dirlo di tutti coloro che per lui sono veri poeti.
Infatti, secondo Quasimodo, si può distinguere tra un poeta e un letterato, perché il primo è un pericolo per il potere (politico e religioso), mentre il secondo viene corteggiato dal potere che da lui vuole ricevere lodi (in forma di odi).
Il poeta nasce solo e (a differenza del letterato che partecipa del potere) cresce solo. La sua solitudine, "mal sopportata dal politico", è già di per sé una poetica. Ciò è ancor più vero quando il poeta muove i primi passi d’artista …

Giorno dopo giorno - Scheda

Titolo: Giorno dopo giorno Editore: Mondadori Collana: I poeti dello “Specchio” Anno: 1947 (febbraio) Città: Milano Introduzione: Carlo Bo Pagine: 68 Formato: 13X19 Indice: Alle fronde dei salici Lettera 19 gennaio 1944 Neve Giorno dopo giorno Forse il cuore La notte d’inverno Milano, agosto 1943 La muraglia O miei dolci animali Scritto forse su una tomba A me pellegrino Dalla rocca di Bergamo alta Presso l'Adda S’ode ancora il mare Elegia Di un altro Lazzaro Il traghetto Il tuo piede silenzioso Uomo del mio tempo