Il poeta e il politico

Il poeta e il politico è il discorso che Salvatore Quasimodo pronunciò a Stoccolma durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Letteratura. Si tratta di un testo ancora di stringente attualità, nonostante risalga al 1959.
Vale la pena riepilogarlo per sommi capi.

L’inizio del discorso è intimamente autobiografico (“La poesia è anche la persona fisica del poeta (...)”), ma non per questo meno universale: ciò che Quasimodo afferma di sé poeta intende dirlo di tutti coloro che per lui sono veri poeti.
Infatti, secondo Quasimodo, si può distinguere tra un poeta e un letterato, perché il primo è un pericolo per il potere (politico e religioso), mentre il secondo viene corteggiato dal potere che da lui vuole ricevere lodi (in forma di odi).
Il poeta nasce solo e (a differenza del letterato che partecipa del potere) cresce solo. La sua solitudine, "mal sopportata dal politico", è già di per sé una poetica. Ciò è ancor più vero quando il poeta muove i primi passi d’artista sotto una dittatura che non consente al poeta una libera espressione, ovvero non gli consente di scrivere apertamente ciò che vorrebbe. Nasce, così, l’ermetismo.
Senonché, gli anni della Seconda Guerra Mondiale, costringono tutti (poeta compreso) a una profonda ri-discussione dei principi morali che porta il poeta a mutare la propria poetica in funzione di un rapporto più diretto con i lettori: dall’ermetismo, passa, perciò, all’epica (in altre parole, il poeta si dedica alla poesia sociale).


Tale impegno diretto del poeta nel mondo non può non rinfocolare l’ostilità che il politico nutre nei suoi riguardi:
Il politico giudica con diffidenza la libertà della cultura e per mezzo della critica conformista tenta di rendere immobile lo stesso concetto di poesia, considerando il fatto creativo al di fuori del tempo e inoperante; come se il poeta, invece di un uomo, fosse un’astrazione.
Il poeta è la summa delle diverse ‘esperienze’ dell’uomo del suo tempo (...).
Dunque il politico tenta di affermare che è cultura solo quella che non si occupa dell’attualità; solo quella che non affronta certi temi, certi contenuti.
La relazione tra poeta e lettore, invece, per Quasimodo avviene proprio a livello dei contenuti, quei medesimi contenuti che non piacciono al politico. La poesia, quindi, non è linguaggio “oscuro”, bensì contenuti che comunicano agli uomini la loro “sorte non metafisica” (ovvero il loro essere nel mondo, il loro essere uomini sociali, il loro essere nell’attualità, uomini del loro tempo).
Tali contenuti il poeta trasmette perché non teme il politico:
Non sarà né la paura, né l’assenza, né l’indifferenza, né l’impotenza a dare al poeta la parola per comunicare agli altri una sorte non metafisica.
Contenuti, quelli trasmessi dal poeta, assai distanti da quelli che il politico diffonde:
Il politico vuole che l’uomo sappia morire con coraggio, il poeta vuole che l’uomo viva con coraggio.
Ovvero, il politico vuole essere padrone della vita degli uomini al punto da poterne determinare la morte, mentre il poeta vuole che gli uomini prendano coscienza della loro vita e siano padroni del loro destino.

Come detto al principio, il discorso quasimodiano è ancora di stretta attualità. Il potere politico e religioso, infatti, tenta ancora di zittire la voce limpida dei veri poeti, affossando tutto ciò che è Cultura (ossia tutto quanto comunica contenuti che inducono le persone a pensare), e favorendo, invece, quelle forme di intrattenimento che distraggono gli uomini dal loro presente, dalla loro “sorte non metafisica”. Tali forme di intrattenimento sono, addirittura, fatte passare dal potere come appartenenti alla sfera culturale (“(...) mentre il politico, verbalmente, sostiene la cultura, in realtà tenta di ridurne la potenza (...)”), ma in realtà esse non sono Cultura perché prive di contenuti.

In un altro scritto risalente al 1965 (Messaggio del Premio Nobel Salvatore Quasimodo per la celebrazione della Quarta Giornata Mondiale del Teatro), Quasimodo torna sul tema e afferma che le vere “forme creative” (e il Teatro che parla agli uomini è tra esse) non vanno mai in crisi, nonostante possano essere distratte all’attenzione o fatte oggetto di censura da parte del potere politico che mal sopporta che esse siano “il riflesso della vita contemporanea”. E l’invito che il poeta rivolge alla “nuova generazione (aggrappata alle prospettive spettacolari dello sport o alla dispersa vibrazione vocalica delle canzoni)” è di tornare ai contenuti, al “dialogo che definisca la sua <dell’uomo contemporaneo> probabile sorte fisica”.

Anche oggi (forse soprattutto oggi) il potere politico si affanna e maneggia affinché i cittadini siano distratti dai contenuti e sviati verso forme di intrattenimento vuote e dispersive, prive di ogni messaggio e di stimoli al pensiero.
Ancora oggi, il poeta è solo contro il politico.

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Il poeta e il politico di Salvatore Quasimodo