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Messaggio del Premio Nobel Salvatore Quasimodo
Per la celebrazione della Quarta Giornata Mondiale del Teatro
(31 marzo 1965)
[1]

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La decisione di dedicare ogni anno una giornata mondiale al teatro potrebbe far pensare a una sua crisi. C’è dunque bisogno di una celebrazione? Non si può parlare mai di crisi in senso assoluto delle forme creative: forse di rotazione, sia per i movimenti politici o ideologici della storia, sia per le “distrazioni” che allontanano l’uomo dai suoi problemi esistenziali.
Il teatro, in ogni tempo, è stato il riflesso della vita contemporanea — è inutile ricordare i Greci — e per questo di volta in volta cade nelle riserve della censura.
Oggi la cronaca dell’uomo non interessa soltanto il suo interno, la psicologia o le discordanze della psiche, la incomunicabilità o meno delle deboli ombre del suo pensiero, ma soprattutto l’urto fra i diversi modi di ordinare la vita, quando questa possibilità gli fosse data da una pace ragionata fra i popoli, che metta le sue radici anche nelle divisioni di razza e sui diritti dell’uomo.
L’invito a teatro in questa giornata non dovrebbe essere provvisorio, temporaneo, ma convincere la nuova generazione (aggrappata alle prospettive spettacolari dello sport o alla dispersa vibrazione vocalica delle canzoni) che solo nel teatro troverà il dialogo che definisca la sua probabile sorte fisica.
La guerra non è alle nostre spalle, ma proprio nei nostri gesti quotidiani. E qui l’uomo va fermato e avvertito: e non nel segno della speranza, ma attraverso la certezza della sua forza spirituale e civile.
Il teatro presume di continuare questo aperto dialogo millenario dell’uno, non contro l’altro, ma per l’altro, vicino o straniero alla sua lingua e al suo costume.
Salvatore Quasimodo
Premio Nobel



[1] Pubblicato per la prima volta in Danilo Ruocco, Salvatore Quasimodo e il teatro, in Alessandro Quasimodo a cura di, Quasimodo, Milano, Mazzotta, 1999, pp. 179-180.

     
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