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Poeta o traduttore? Un falso dilemma

Alcuni critici si sono chiesti se Salvatore Quasimodo fosse più un eccelente traduttore o un sommo poeta, se, insomma, la sua poesia valesse da sola o si giovasse, in qualche modo, di quella dei poeti da lui tradotti, in un certo qual senso, vivendo di luce riflessa.
Personalmente, considero tale questione ingiusta, ancorché peregrina: il valore di Quasimodo—poeta è di per sé evidente anche solo a una rapida lettura dei suoi versi; e se le traduzioni da lui effettuate restano insuperate, è perché era grande poeta.
Indubbio, poi, il fatto che egli traducesse solo quei poeti che sentiva, ovvero che più erano vicini alla sua poesia, al suo mondo poetico.
Altra sterile questione che infastidì Quasimodo—traduttore fu la non supposta aderenza filologica al testo da lui tradotto. Fermo restando il fatto che alcune versioni da lui approntate sono più “esatte” filologicamente di quelle di certi filologi, va riconosciuto il merito a Quasimodo d’avere tradotto da poeta, ovvero — come si è detto poco fa — sentendo il poeta sul quale stava lavorando.
Già Luigi Berti, nel 1956, concludendo la sua Introduzione1 all’edizione einaudiana della Tempesta di Shakespeare tradotta da Quasimodo espresse il parere che la sua convinzione che solo i poeti dovessero tradurre i poeti, ne risultava più radicata dall’esempio offerto da Quasimodo.
In definitiva, a mio avviso, chiedersi se Salvatore Quasimodo fu più poeta o traduttore è un falso dilemma: fu grande traduttore, perché fu grande poeta.


1 Cfr. Luigi Berti, Introduzione, in William Shakespeare, La tempesta, s.l. <ma Torino>, Einaudi, 1956, p. XII.

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Milano, agosto 1943

Invano cerchi tra la polvere, povera mano, la città è morta. È morta: s’è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio. E l’usignolo è caduto dall’antenna, alta sul convento, dove cantava prima del tramonto. Non scavate pozzi nei cortili: i vivi non hanno più sete. Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: lasciateli nella terra delle loro case: la città è morta, è morta.


La famiglia di Salvatore Quasimodo

Visualizza la Schedacon i membri della famiglia allargata di Salvatore Quasimodo.

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.



Il poeta e il politico

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Vale la pena riepilogarlo per sommi capi.

L’inizio del discorso è intimamente autobiografico (“La poesia è anche la persona fisica del poeta (...)”), ma non per questo meno universale: ciò che Quasimodo afferma di sé poeta intende dirlo di tutti coloro che per lui sono veri poeti.
Infatti, secondo Quasimodo, si può distinguere tra un poeta e un letterato, perché il primo è un pericolo per il potere (politico e religioso), mentre il secondo viene corteggiato dal potere che da lui vuole ricevere lodi (in forma di odi).
Il poeta nasce solo e (a differenza del letterato che partecipa del potere) cresce solo. La sua solitudine, "mal sopportata dal politico", è già di per sé una poetica. Ciò è ancor più vero quando il poeta muove i primi passi d’artista …

Giorno dopo giorno - Scheda

Titolo: Giorno dopo giorno Editore: Mondadori Collana: I poeti dello “Specchio” Anno: 1947 (febbraio) Città: Milano Introduzione: Carlo Bo Pagine: 68 Formato: 13X19 Indice: Alle fronde dei salici Lettera 19 gennaio 1944 Neve Giorno dopo giorno Forse il cuore La notte d’inverno Milano, agosto 1943 La muraglia O miei dolci animali Scritto forse su una tomba A me pellegrino Dalla rocca di Bergamo alta Presso l'Adda S’ode ancora il mare Elegia Di un altro Lazzaro Il traghetto Il tuo piede silenzioso Uomo del mio tempo