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Oriana Fallaci vs Salvatore Quasimodo

Nel marzo del 1963, nella casa milanese del Premio Nobel per la Letteratura, Oriana Fallaci (1929 - 2006) intervistò Salvatore Quasimodo (1901 - 1968) per “L'Europeo”. Nel medesimo anno, diciotto delle interviste apparse tra il dicembre dell'anno precedente e il luglio di quell'anno, vennero riunite in volume dalla giornalista e date alle stampe dall'editore Rizzoli con il titolo Gli antipatici. Il volume ottenne un immediato successo, tanto da meritare cinque edizioni tra il 1963 e il 1970 e la traduzione in sei paesi. Non più ristampato dopo la quinta edizione, Gli antipatici è ora (gennaio 2009) di nuovo in libreria edito nella collana che BUR Rizzoli dedica a Oriana Fallaci.
Laura Laurenzi, nella Prefazione all'edizione 2009 del volume, afferma che, dalle interviste, emerge una Fallaci che non si concede alcuna «smanceria», alcun «conformismo», ma anzi dimostra «[...] una certa inclinazione al maltrattamento e al politicamente scorretto»[1]. Ricorda come le interviste fossero tutte audio-registrate; sottolinea come la giovane Fallaci (aveva all'epoca 34 anni) non risparmiasse giudizi «quasi sempre inappellabili» e ammette che quello dedicato a Salvatore Quasimodo era «Un ritratto di rara perfidia [...]»[2].

In effetti, dall'intervista – significativamente titolata Ed è subito Nobel – Quasimodo uscì con le ossa rotte: fece, infatti, la figura di una persona biliosa, scontrosa, antipatica (non certo nel senso che la giornalista aveva attribuito alla parola[3]), scostante e vendicativa. Un “ometto”[4] dagli

«occhi tristi e compiaciuti […] la cui voce suonava come uno schiaffo mentre sputava cattiverie e indulgenze, malignità e verità. <e che> Si addolciva soltanto pronunciando una parola che ai suoi orecchi è musica d'arpa e alla sua scontentezza porta il lenimento di un bacio: Nobel, Nobel, Nobel»[5].

Che il ritratto non fosse “lusinghiero” se ne accorse anche la giornalista che, a conclusione del preambolo scritto appositamente per l'edizione in volume, dopo aver affermato che, tutto sommato, Quasimodo le era risultato simpatico (in quanto finto antipatico) e che le cattiverie da lui pronunciate erano da lei state sollecitate, “previde” come «il Poeta»[6] si sarebbe, in futuro, rifiutato di incontrarla nuovamente:

Escludo, purtroppo, che lo rivedrò: dopo queste pagine non vorrà più avvicinarmi, son certa. Sputerà atroci insulti sulla mia scortesia, dirà che sono una mocciosa cretina, imbecille, villana, ignorante, analfabeta, invidiosa, che non so scrivere, che non so leggere, che firmo con la croce, che me la faccio coi suoi nemici, che se mi trova mi prende a calci.[7]

In effetti a Quasimodo non piacque la versione dell'intervista pubblicata dalla Fallaci e non lo mandò a dire: in quel medesimo 1963 pubblicò, all'interno della rubrica che firmava per “Le Ore”, l'epigramma La simpatica[8] scritto contro la giornalista. Tale epigramma il poeta ripubblicò l'anno seguente nella rubrica di colloqui con i lettori che curava per il settimanale “Il Tempo”, accompagnandolo con parole che mettono in dubbio la fedeltà della trascrizione dell'intervista così come pubblicata dalla Fallaci:

è una vecchia storia […] che i giornalisti capovolgano il contenuto di un'intervista, facciano di una risposta una loro domanda, integrino ogni frase con commenti personali […] Ciò fa parte di una cattiva fede nazionale sulla “libertà” di stampa e di lettura.[9]

La veridicità dell'intervista, inoltre, è messa in dubbio anche da due versi dell'epigramma stesso: quelli nei quali della Fallaci si dice che «Scrive interviste immaginarie | incise su nastri di reggicalze:». Insomma, Quasimodo, seppur non neghi esplicitamente il fatto di avere incontrato Oriana Fallaci e di aver risposto alle di lei domande, nega che quanto dalla giornalista pubblicato possa essere definita come la trascrizione fedele di quanto da lui affermato, o la cronaca veritiera di quanto accaduto. Anzi, della Fallaci e della di lei professionalità, il poeta dà un ritratto assai negativo, restituendo al lettore la figura di una zitella umorale che tenta di appagare gli istinti sessuali scaricandoli nella scrittura. E, a riprova, si legga l'intero epigramma:

La simpatica
Gira per l'Italia,
forse per carità di patria,
una giornalista di ordine sotterraneo,
brutta, vecchia e risucchiata dalla luna.
Scrive interviste immaginarie
incise su nastri di reggicalze:
così tenta di assorbire
i suoi tumulti interni e fisici.
Per lei non fiori
ma opere di bene.[10]

Il distico di chiusa non lascia spazio all'immaginazione per quanto riguarda ciò che della Fallaci Quasimodo si augura: di vederla morta. Un finale che, se da un lato si giustifica ricordando che il componimento rientra nella categoria degli epigrammi[11], dall'altro rivela il livello d'ira che l'intervista aveva prodotto nell'intervistato.

Dal duello combattuto a distanza tra la Fallaci e Quasimodo non si può dire chi uscì sconfitto e chi vincitore. Resta il fatto che i lettori odierni possono leggere due scritti che, al di là del loro valore intrinseco o dell'essere o meno cronaca veritiera (e lo si afferma sia per l'intervista, sia per l'epigramma), danno comunque ragione di un incontro tra una giornalista che – di lì a qualche anno – sarebbe diventata una delle italiane più famose del mondo e un poeta che già era (e sarebbe rimasto) uno degli italiani più celebri e celebrati in tutto il mondo.

Due italiani dal carattere non facile che ebbero in comune – pur nella distanza sia spaziale e sia ideologica che li separò – la volontà e la capacità di essere antipatici, non solo perché “spigolosi”, ma anche perché mancanti di diplomazia e di mezze misure. Il loro incontro, forse, non poteva che tramutarsi in uno scontro.




[1] Laura Laurenzi, Prefazione, in Oriana Fallaci, Gli antipatici, BUR Rizzoli, Milano, 2009, p. V.
[2] Ibidem, passim.
[3] «Ovunque si parla di loro <ossia dei personaggi intervistati>, ovunque si discute di loro, […] e la loro celebrità è così vasta, così rumorosa, così esasperante che ci ossessiona, ci tormenta, ci soffoca al punto da farci esclamare “Dio che rompiscatole! Dio che ancipatici!”» (Oriana Fallaci, Premessa, in Id, Gli antipatici, cit., p. 5).
[4] La Fallaci tiene a ricordare che Quasimodo era altro 165 cm (cfr. Oriana Fallaci, Ed è subito Nobel, in Id, Gli antipatici, cit., p. 223), ma qui il diminutivo va inteso in senso ampio.
[5] Ibidem.
[6] La Fallaci, nel preambolo di cui si è detto, identifica Quasimodo come «il Poeta» e la definizione (con tanto di “P” maiuscola) suona un po' una presa in giro. Durante l'intervista, invece, si rivolge a Quasimodo chiamandolo «professore» (Quasimodo, infatti, insegnava Letteratura italiana).
[7] Ibidem, p. 225.
[8] Salvatore Quasimodo, La simpatica, in Id, Epigrammi, Nicolodi, Rovereto, 2004.
[9] Salvatore Quasimodo, La simpatica, in Colloqui con Quasimodo, “Il Tempo”, n. 24, 1964, ora leggibile in Id, Epigrammi, cit., p. 52, da cui si cita.
[10] Ibidem, p. 53.
[11] Non si dimentichi che la cultura greca classica (di cui Quasimodo era imbevuto) definiva “epigramma” un breve componimento, senza alcuna distinzione di metro, destinato a essere iscritto su una tomba.

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